Sabato 7 aprile alle ore 20:30 all’Accademia “Giuseppe Verdi” (piazzale Vanvitelli, 15 – Volla in provincia di Napoli), nell’ambito della Rassegna teatrale e musicale Teatro Maria Aprea, l’Associazione Trerrote e l’Associazione Maestri di Strada Onlus presentano “Amaritudo Vitae. Me sfasterio” liberamente ispirato all’opera di Annibale Ruccello.

Lo spettacolo, ad ingresso gratuito, è adattato e diretto da Nicola Laieta e con Ilaria Arra, Renato Bisogni, Giuseppe Di Somma, Giulia Menna, Pasquale Sommella.

“Il testo del monologo “La telefonata” di Annibale Ruccello è stato sostanzialmente modificato con l’inserimento di un personaggio non previsto dall’autore. Nonostante le sue riserve, l’erede di Ruccello ha autorizzato eccezionalmente e per la sola data del 7 aprile 2018 tale modifica nella considerazione della lodevole motivazione sociale ed educativa addotta dall’Associazione Trerrote nel richiedere il permesso di rappresentazione”.

SINOSSI

Nel 1986 Annibale Ruccello registrò alla Siae un “monologo in quattro parti”, riportando il titolo “Mamme” e non “Mamma”, come venne poi intitolato nella versione edita.

Quattro brevi atti unici nei quali la fiaba si trasforma in delirio, cattiveria, insensatezza. Nel primo episodio (“Le fiabe”, non a caso, una rivisitazione del cunto napoletano) Gli eroi di Ruccello appartengono ad una umanità ambigua, ambivalente, sporca e, per certi versi, appunto, eroica perché vinta dalla storia e dal tempo. Sono le tre eroine, tre donne in tre storie tragiche. La “Maria di Carmelo”: vita quotidiana di una donna ospite di un manicomio perché convinta di essere la Madonna, reso con la tesa ruvidità e scabrezza dei suoi deliri antichi e post-moderni insieme, ed un degradato rapporto con le suore. “Mal di denti”, tratto da “Notturno di donne con ospiti”, ovvero una mamma che nella sofferenza temporanea del mal di denti, nel giorno di Venerdì santo, scopre che la figlia Adriana è incinta; le sue considerazioni spaziano dal senso comune di vergogna/rabbia al rifiuto del pensiero di scendere di un gradino sociale (!) imparentandosi con il figlio di un operaio, fino alla tragedia del suicidio della ragazza.

Ed infine, il monologo che chiude l’opera: “La telefonata”. In questo monologo, un’unica, lunga e concettualmente infinita telefonata la Mamma – nel preoccuparsi dei massimi sistemi dell’umanità ovvero telenovelas e gossips – quelle che oggi sarebbero l’umanità in scena delle defilippomaria e barbaradurso e dei verissimo – segue estreme ed allucinanti presenze televisive mischiate a quadretti familiari che ne vogliono imitare i fasti – e mentre fa ciò contemporaneamente bada o meglio strilla ai suoi figli e nipoti, a cui sono stati imposti nomi delle soap-opera allora in voga: Veruska, Morgana, Ursula e Isaura, in una simbolica perdita della tradizione e del rapporto con il proprio territorio fisico, e nell’iniziale transisto verso quello mediale. Qualche anno dopo a Napoli non a caso sarebbero nati tanti Diego (medialità calcistica), come oggi negli anni Dieci, tante Sofie (bimbe della neo-borghesia fintamente sapienziale).

 

NOTE DI REGIA

C’è una antica parola della teologia morale che mi sembra esprima il sentimento comune alle storie che si incrociano in questo gioco teatrale. Questa parola è “Accidia”, o “Sfasterio” nel napoletano dei nostri tempi.

L’accidia, uno dei sette peccati capitali, colpisce chi ha perso la speranza, e con essa il senso e il respiro del futuro, costringendo le vittime di tale melanconia all’immobilità, alla pura contemplazione del vuoto, all’evasione da se stessi e dal mondo attraverso la “evagatio mentis” (i moromorii del passato) e la “instabilitas proposiri” (la guerriglia umorale praticata con chi le è prossimo)[1].

Senza distinzione generazionale, ne sono affetti i personaggi di questo spettacolo, siano essi i figli confusi, nauseati, alterati da un “troppo” percepibile ma irraggiungibile; siano esse le loro mamme, nere, ansiose, respingenti, evanescenti.

Ci sembrano come uccellini in gabbia, deportati[2] in un altrove sconosciuto, orfani di un armonia perduta tra madre e figlio insieme, unico-corpo natura proteso verso il mondo.